Cristina Campo, “La bellezza, innanzitutto, interiore prima che visibile”

Cristina Campo, "La bellezza, innanzi tutto, interiore prima che visibile"

Cristina Campo, pseudonimo di Maria Vittoria Guerrini, raffinata scrittrice, trovò la forza di resistere al materialismo sovietico degli Anni Settanta, rifugiandosi nell’anima russa. Come? Perseguendo la via inattuale della spiritualità e della ricerca costante di di bellezza. Resistenza al mondo moderno che merita di essere approfondita

 

Segretamente innamorato di Cristina Campo. Come di Simone Weil, di Maria Zambrano, Edith Stein e di Etty Hillesum, la dolcissima Etty. Donne “inattuali” perché mistiche, dove mistico è forse qualosa di più alto della Notte Oscura di San Giovanni della Croce e delle Sette Stanze di Santa Teresa D’Avila.

Scrittrice di racconti e fiabe, espertissima traduttrice anglofona e immensa poetessa del nostro Novecento, Cristina, nata nel 1923 e morta a 54 anni nel 1977, rimase poco nota ai più, nonostante conoscesse molti grandi letterati del suo tempo.

Donna solitaria e dal carattere quasi “monastico, nata con una malformazione cardiaca che la costrinse a non frequentare amici e scuole pubbliche, si formò privatamente con la perenne vicinanza di due genitori artisti. Visse con loro una buona parte della sua esistenza, in un suo mondo a parte fatto di libri, di pseudonimi letterari per non apparire, in in linguaggio fatto più si silenzi e pause che di parole.

Cristina Campo fu tra le prime ad essere “sconfortate” dal cambio dei tempi. Per lei, il passaggio dalla messa in latino a quella in “volgare” significava l’abbandono di una precisa evocazione, la chiusura alla musicalità dell’Invisibile, la stessa espressa da Federico Nietzsche, l’abbandono dell’amicizia con l’ineffabile manifesto. Ora, lungi da me l’idea di parlare di catechismo. Io che non frequento la messa e che entro in chiesa più per immergermi nel silenzio che è molto difficile esperire nelle nostre caotiche e multiorgiastiche città.

Però, come spunto di colore personale, ad esempio, ricordo, tra i miei più piacevoli vissuti, la frequentazione della messa in rito bizantino nel giorno del Venerdì Santo. Litanie e musicalità che, senza capire nulla, ti mettevano in contatto con qualcosa di più “alto”. Pura bellezza dell’inesprimibile. Nulla a che fare con la nenia stucchevole e acquaticcia di certa new age.

Cristina Campo, resistere attraverso la spiritualità russa

 

Cristina Campo cercò rifugio nella spiritualità russa più profonda quando in Russia dominava l’Unione Sovietica. Cristina Campo ebbe un’esistenza sobria e dimessa, intessuta  da un filo d’amore costante verso ciò che viveva come “profonda riverenza per più alto che sé e per le forme impalpabili, ardimentose, indicibilmente preziose che quaggiù ne siano figura. La bellezza, innanzi tutto, interiore prima che visibile, l’animo grande che ne è radice e l’umor lieto”.

Umor lieto e ricerca di bellezza, sono gli ultimi baluardi nei confronti dell’Ospite Inquietante, ancora Nietsche e il nichilismo nel volume di Umberto Galimberti, e contro il Grande Leviatano della tecnocrazia di cui riferiva Ernst Junger.

Cristina Campo, delusa dal Concilio vaticano II, nella quaresima del 1966, bussava alle porte della Chiesa di Sant’Abate all’Esquilino, attigua al Collegio Russicum, oggi chiamato Pontificio Istituto Orientale per seguire la messa celebrata in rito bizantino-russo. Cristina Campo, come riferito in un suo articolo da Marcello Veneziani: “non aveva quarant’anni e racconta in una lettera a un suo amico le affollate messe pasquali ortodosse, con sei preti officianti tra canti e nuvole d’incenso. L’amico in questione, il professor John Lindsay Opie, che insegnò tra l’altro Arte bizantina e Icone russe, era reduce dalla Chiesa anglicana convertito alla Chiesa ortodossa (un cammino che balenò nell’irrequieto Bruce Chatwin). A lui Cristina rivolge tredici lettere ora pubblicate in appendice a un ricco volume di saggi dedicati a lei, Cristina Campo, la disciplina della gioia (a cura di Maria Pertile e Giovanna Scarca, ed. Pazzini)”.

Che significato poteva avere, dunque, questo passaggio al rito bizantino che anche in me ha suscitato molte volte una profonda tentazione? Per Cristina Campo (e anche per me) tendeva a rappresentare una più attenta forma alla spiritualità, declinata come alternativa al materialismo e alle emanazioni ipnotizzanti di gran parte di un sentimentalismo attrattivo ma pericolosamente masturbatorio e disinformativo. Un modo “inattuale” di porsi rispetto al proprio tempo che, in Cristina Campo come nelle altre scrittrici e pensatrici da me citate all’inizio di questo contributo, voleva rappresentare la forma più elevata di attenzione e di bellezza.

Cristina Campo, amica di Mario Luzi e di Margherita Guidacci, frequentò l’esiliata Maria Zambrano, visse con Elemire Zolla e studiò Simone Weil. Raccolse intorno a sé, per concretizzare questo baluardo di resistenza in nome della bellezza più alta, un cenacolo nel segno della tradizione della chiesa d’Oriente.

Cristina nel suo Con lievi man puntò a concretizzare il “pathos delle distanze “come “una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza, un’accettazione impassibile di situazioni immodificabili.”. Nel cenacolo da lei concretizzato si approfondivano i mistici, i padri greci e latini, e si professava la filocàlia, ovvero la venerazione profonda per la spiritualità delle icone. Non poteva non accadere poi che questa apertura verso la spiritualità russa non arrivasse al filosofo, scienziato e cultore delle icone e del simbolo, considerato “una realtà più di se stessa”, Padre Pavel Florenskij, condannato a morte da Stalin nel 1937.

Cristina arrivò a fondare un movimento per la tutela della liturgia latino-gregoriana. Perché, come scriveva, la liturgia“è fonte e meta di ogni poesia”, “è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile”, “splende, lume coperto, sulle rocce più inaccessibili, come il Monte Athos o qualche abbazia benedettina”.

Cercò sempre la perfezione e la bellezza, sfuggendo agli sguardi del mondo, forse per esercitarsi a frequentare maggiormente l’Invisibile. Tendeva a incarnare la poesia come vita perché la poesia “è bellezza geroglifica, decifrabile solo in chiave di destino”. Amor fati, del proprio destino, così difficile da vivere talvolta. E non si pensi che Cristina non amasse il suo tempo: “amo il mio tempo in cui tutto vien meno e insieme è forse è proprio per questo il vero tempo della fiaba”. E ancora: “siamo nell’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire”. Vede il tramonto, come Oswald Spengler, vede il lento cadere di una civiltà ma senza onanismi imperiali. Semplicemente un modo avvolgente, profondamente struggente di guardare l’umana fragilità, la caduca essenza.

Nella raccolta di poesie La Tigre Assenza (Biblioteca Adelphi), scrive: “La neve era sospesa tra la notte e le strade come il destino tra la mano e il fiore. In un suono soave di campane diletto sei venuto… Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale. O tenera tempesta notturna, volto umano! (Ora tutta la vita è nel mio sguardo, stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude)”.

Cosi il poeta Mario Luzi descriveva la poetessa, di cui era stato grande amico: “Cristina riponeva nella memoria come in uno scrigno le gemme delle sue letture: erano pietre preziose che altri non vedevano o non sapevano apprezzare. La sua scrittura nasce nel riflesso di quei tesori; ma nasce energicamente, anzi impavidamente. […]. Cristina Campo credeva che la perfezione esistesse e, come altri che l’hanno creduto, non sapeva che farsene della perfettibilità”. La bellezza e la memoria, così inattuali, per resistere al mondo. Purché avvenga, come scriveva Cristina, “con lieve cuore, con lievi mani”.

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