Gesù, il Mistero Pasquale e la speranza di pace sul mondo

Gesù, il Mistero Pasquale e la speranza di pace sul mondo

Sono sempre stato un “cercatore” di Dio, un credente non praticante ma “sperante osservante”. Il Mistero Pasquale mi ha sempre attratto, le festività natalizie e pasquali hanno sempre rappresentato lo spartiacque tra la gioia della sospensione del tempo quotidiano per l’attuazione di quella che in greco si definisce epoca, epoché, arresto, sospensione “dell’ordinario”. La mia riflessione sul Mistero Pasquale e sulla ricerca di senso

 

Quando arrivava il Natale e arrivavano le feste, dalla scuola e dagli impegni, la festa aveva il sapore della trasgressione esistenziale più ilare. Non solo per i regali che attendevamo in fibrillazione ma perché la nascita di Gesù, in casa nostra, credenti ma assolutamente poco praticanti, coincideva con la speranza di dare un senso ad un mondo troppo inospitale per molti. Ricordo ancora la gioia del presepe e le visite in una chiesa del quartiere Monteverde doce c’era un Gesù che io chiamava il Gesù d’oro, perché era un Crocifisso interamente dorato che mi atterriva non poco.

Mi hanno sempre affascinato le questioni spirituali. Non a caso mi sono laureato in Storia delle religioni con un grande professore che rispondeva al nome di Ugo Bianchi con tesi riguardante la fragilità degli imperi di fronte alla caducità del mondo, partendo dalle Storie di Polibio e analizzando il concetto di Tyche ellenistica.

Ho una biblioteca piuttosto nutrita di testi religiosi e spirituali, ho letto il Corano sei volte, i Vangeli Apocrifi, le Upanishad, sono stato attratto da Schopenauer per la sua vicinanza con il mondo indiano e ho amato il sufismo e masestri come Battiato. E sono, da sempre, amante della filosofia.

Ho amato il Gesù esseno paventato da Papa Ratzinger e adoro la fermezza mite di Papa Francesco che sempre di più richiama il mondo all’amore per Gesù e per il prossimo. Ho studiato il Dio greco-romano Mithra, il Deus Sol Invictus, ho studiato all’Università con Ida Magli, femminista doc, per arrivare a parlare con la “leggendaria professoressa di Antropologia Culturale, di Ultima Cena e del rapporto di Gesù con Maria Maddalena molto prima che arrivasse Dan brown.

Ricordo ancora nel mitico film la Grande Guerra con Alberto Sordi e Vittorio Gassman quando, nel mezzo di un orrenda carneficina, un soldato esclama Dio dove sei? e il cappellano militare: è qui con noi ,nella sofferenza di ognuno di noi.

La ricerca di Dio, che per me coincide con la ricerca di senso, in questi momenti in cui c’è la guerra in Ucraina e in tante parti del mondo dove bambini e creature fragili soffronto tanta violenza, è una questione complessa che si fa ancora più forte con il Mistero Pasquale. Difficile da accettare ma ancora di più di lo è accettare che, nel mondo attuale, Dio appaia come sempre più “absconditus”.

Interessante quanto riportato dal solito mio sempre apprezzato Marcello Veneziani: “Nel tempo degli dei scomparsi si addice dunque la nostalgia. (Da leggere il voluome di Veneziani La Nostalgie degli dei). Non è la nostalgia dell’Olimpo e del politeismo pagano, ma la nostalgia dei gradini verso il divino; è la nostalgia degli Intramontabili mentre noi tramontiamo, la nostalgia dell’Eterno e dell’Origine. Avere più dei significa riconoscere principi plurali, non consegnarsi a un solo dio terreno (l’Uno si addice al cielo, non alla terra e alle idee che la governano). In terra noi non possiamo conoscere l’intera, assoluta Verità ma solo frammenti: da qui “la poligonia del vero”, di cui parlava Vincenzo Gioberti: la Verità ha tanti lati e noi possiamo conoscerne solo alcuni. La Verità coincide con Dio, ma nessuno ne ha le chiavi e il possesso.

In questa luce chi è Dio? È il nome che diamo alla nostra mancanza, è ciò che non siamo e non possiamo. È il nostro limite. Possiamo andare oltre e dire: Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere. Perché l’Essere o Dio noi lo intuiamo ma non riusciamo a pensarlo e vederlo per intero, esattamente come la Verità. Noi siamo dentro la sua Intelligenza, pensiamo in Dio. L’Essere-Dio precede il pensare, lo costituisce. Per Heidegger noi sopraggiungiamo troppo tardi per gli dei, troppo presto per l’Essere. Stando nel mezzo, viviamo la sua/loro assenza.

Ma a Dio inteso come Essere o Logos manca il calore affabile, umano, del Dio cristiano; manca Gesù Cristo, la storia, ci manca sua Madre, ci mancano i santi, ci manca la vita, la liturgia. Ci manca la famigliarità col divino, la grazia premurosa della Provvidenza, il conforto, la preghiera e la misericordia. Noi siamo dentro quella storia, quel racconto, quella tradizione e raffigurazione.

In Dio rivediamo il Padre, come Nietzsche vide la morte di Dio nella morte di suo padre. Nella Madonna vediamo nostra madre partita per il suo viaggio estremo stringendo tra le mani il rosario, il passaporto rilasciato dalla fede per accedere all’Aldilà. Illusioni, superstizioni? Meglio che il nulla, sostenne Vico, perché la superstizione è quel che resta, superstite, di verità perdute.

Torno al presente, anzi all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza, o la fisica, non confuta né conferma Dio, sposta solo i confini dell’ignoto. Ma non potrà mai illuminare l’infinito. Ci lascia al buio col cerino in mano, e a noi tocca scommettere, come diceva Blaise Pascal, su Dio o sul Nulla. Dio è un rischio, diceva il vecchio Prezzolini. La scommessa va oltre la scienza e oltre il pensare. La nostra mente, il nostro esistere e pensare ci portano a scommettere sull’Essere anziché sul Niente. A garanzia degli imputati di cui non si è provata l’innocenza o la colpevolezza c’è una formula nel nostro ordinamento giuridico: in dubio pro reo, nel dubbio ti assolvo. Nell’incertezza tra l’Essere e il Nulla, tra Dio e la sua inesistenza, scommetti su Dio. In dubio pro Deo”.

Se Dio, dunque, è una scommessa, io ci punto. Continuo a vedere, nonostante tutto, i molti raggi che portano al centro della ruota. Per riflettere e riflettere ancora.

Rimasi particolarmente colpito dall’uscita del film La Passione di Mel Gibson perché trovai magistrale la ricostruzione dell’agonia di Gesù nel Getsemani. Ricordo ancora di aver “deglutito” più volte nella scena in cui si vede Gesù che percorre la strada che lo sta portando al Golgota mentre sussurra alla Mamma, con il viso ricolmo di sangue: “Vedi, io faccio nuova ogni cosa”. Con il flashback della scena che riporta alla Madonna che pensa e ricorda di quando Gesù cade e lei gli corre incontro per proteggerlo e aiutarlo. Vorrebbe ancora stringerlo a sé ma Gesù sta andando a morire.

Ripenso ancora alla scena finale del film quando la pietra si smuove, nel sepolcro, e appare la luce. Il sudario si affloscia su se stesso con il corpo che si sfila magicamente dal sudario e dalle bende strette a morte per tamponare i liquidi (teoria di Vittorio Messori letta e riletta più volte). Cristo, ecco forse il senso, dopo tre giorni e tre notti in cui la speranza giace nuda nel cuore delle terra, se ne va. Con le mani trafitte ma con il corpo “vivo”. Quel corpo che amo vedere nella luce di tenebra di Caravaggio quando San Tommaso infila la mano nel costato (Gesù da risorto mangia insieme agli apostoli come si vede nello splendido e indimenticabile Gesù di Zeffirelli, altro mia memoria nitida).

E forse come ricorda Paul Claudel: “Dio non è venuto per cancellare la sofferenza. Egli non è venuto neppure per darne la spiegazione, bensì egli è venuto per colmarla della sua presenza”.

Ha ragione Veneziani. Nonostante il mondo, “In dubio pro Deo”, di qualunque Dio si tratti, purché faccia migliore il mondo.

Ancora tantissimi auguri di Buona Pasqua.

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