Giorgio Càeran, vespista e camminatore, “rincorrendo il mondo”

Giorgio Càeran, vespista e camminatore, "rincorrendo il mondo"

Giorgio Càeran, leggendario viaggiatore in Vespa 200 Rally, camminatore e scrittore. In questa intervista ci racconta il mondo che ha attraversato. Facendoci sognare ancora

 

Giorgio Càeran, uno di quei viaggiatori capace di affidarsi ad un modello leggendario di Vespa, la 200 GT Rally. Un “globetrotter” che ha attraversato il mondo con la Vespa e con lo zaino, arrivando a raccontare le sue esperienze in ben 5 libri di narrativa di viaggio

Uno dei viaggiatori che ha affidato il suo destino alla sua vespa Rally, per giungere fino in India ma anche in tanti altri posti. Diversi libri al suo attivo e due blog dove racconta le sue avventure, ha veramente “calcato” le strade del mondo in vespa e a piedi.

L‘ultimo libro pubblicato, non a caso, si chiama “Papà, andiamo a Santiago? – Padre e figlia sul Cammino Portoghese”. Giorgio Càeran, attenzione, non è un sognatore che lascia spazio a quei vaghi sentimentalismi tanto in uggia alla filosofa Iris Murdoch di ho già scritto.

Continua a inseguire con determinazioni le sue “avventure”, ogni giorno alla scoperta del mondo che, costantemente, rincorre. Di queste avventure, l’ultima è la più ambita. Come sempre accade a chi è intimamente mosso dal sacro fuoco della passione di vivere e di continuare a scoprire un mondo che questi giorni mostra il suo volto peggiore.

Dice perentorio Giorgio Càeran: V’invito a vedere (e a leggere) un Blog, il cui titolo è: ‘Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto’. ( https://caeran-libro-da552pagine.blogspot.com/ ). Se avete pazienza guardate bene le varie foto dell’impaginazione inserite in questo Blog, troverete qualche curiosità. Sto cercando di far pubblicare “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto”, ossia il mio 6° libro cartaceo. Dev’essere il mio migliore pubblicato, il più bello, essendo un armonioso intreccio delle precedenti pubblicazioni e con le innumerevoli modifiche certosine che lo arricchiscono. Insomma, grazie all’esperienza acquisita questo è il più completo e il più curato… di parecchio rispetto a prima. Non farò altri libri sui viaggi perché sarà la mia opera omnia; è il massimo che io possa fare, più di così non ne sarei capace. Raggruppa mezzo secolo della mia vita ed è perciò quello più rappresentativo, il mio ultimo che parli di viaggi (e non solo), di conseguenza non posso evitare di mettere tanta legna sul fuoco perché non ha senso ridurlo. Ho finito d’impaginarlo e si potrebbe già pubblicare, ma la difficoltà sta nelle 552 pagine per un formato di cm 17 x 24: cosa che fa scappare tutti gli editori”.

Insomma, Giorgio Càeran mi ha fatto subito simpatia perché, nel corso delle nostre riflessioni via mail, ha scritto “C’è chi, volendo farmi dei complimenti per le innumerevoli cose che faccio, mi dice che io sono ricco di fantasia. Dovrebbe farmi piacere? Beh, tutt’al più avrei preferito il sostantivo creatività… e non è la stessa cosa. La creatività s’accompagna con la volontà, che invece per fantasticare non serve giacché spesso corre di pari passo con la pigrizia mentale. Inoltre la creatività ha uno scopo che si prefigge di trasformare le fantasie in immaginazione autentica, con possibilità di cambiamento e crescita. La creatività, quindi, si associa alle emozioni più intense e concrete mentre la fantasia va a braccetto con le illusioni. Io cerco creatività, non fantasia”. Ho voluto incontrare questo vespista e camminatore giramondo così caratterizzato da una “titanica volontà” in questa intervista in cui ci racconta dei suoi viaggi effettuati in gioventù con la mitica vespa 200 rally.

Giorgio, come nasce la tua passione per un certo tipo di viaggiare da sempre particolarmente evocativo?

 

Sono venuto al mondo nel 1952, ossia sette anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. C’era parecchia povertà diffusa in quegli anni… ed io sono nato in provincia di Como a ventotto chilometri da Milano, figuriamoci chi viveva nel meridione dove lì si stava molto peggio.

In casa non c’era granché e ciò che c’era doveva bastare, senza discussioni. Punto. Adesso si sostiene che ci si accontentava di poco, non come adesso che si è incontentabili. Balle! Ci si accontentava per forza, perché cos’altro c’era? Mica c’era internet, smartphone e tutto il resto che oggi è cosa normalissima… ma allora era inesistente.

Voglio dire: non dipingiamo la mia generazione come chi sapeva accontentarsi di poco, non aveva vizi. Se ci fossero state tutte le tentazioni odierne, anche noi ci saremmo comportati così. Se non proprio tutti, ma una buona fetta di noi sì. Mia madre era assai manesca e la mia infanzia non è stata bella, niente affatto, tutto ciò ha avuto ripercussioni future anche quando sono diventato adulto.

Mia moglie, rivolgendosi a mia figlia, le ha rivelato che non mi ha mai visto piangere né vedermi scendere una sola lacrima… aggiungendo che non è normale. È vero, non è per niente normale trattenere le lacrime senza mai lasciarsi andare, che invece sarebbero uno sfogo liberatorio e aiuterebbero a vivere meglio.

Questo mio comportamento, questa durezza interiore, questa crosta che mi sono creata nasce dalla mia infanzia… e ciò che germoglia in quel periodo si trascina poi per l’intera esistenza. Si limeranno delle cose, ma l’ossatura è quella ed è difficilissimo intervenire poi in maniera efficacia.

Qualcuno ci riesce, beato chi ce la fa… si vede che io sono più limitato, ma d’altronde con malcelato fastidio non sopporto le storie mielose, quelle strappalacrime: no, le evito in maniera decisa.

Essendo rimasto orfano di padre quando frequentavo la scuola elementare, ho quindi trascorso sette anni in collegio: quattro in un triste istituto religioso a Como (di sicuro il periodo peggiore non solo tra i due collegi, ma anche della mia vita) e tre in un gioioso e gradevole istituto di arti grafiche a Roma. A proposito della Capitale, penso alla molla che mi fece scattare la passione del viaggio e nacque durante quei tre anni di collegio; in quel periodo ci furono due segnali precisi che m’infiammarono:

Vedere giovani europei seduti sui gradini di Piazza di Spagna, con sacchi a pelo e zaini; il film “Easy Rider – Libertà e paura”, uscito nel 1969 (quando io avevo diciassette anni). M’immedesimavo in sella a una di quelle due moto chopper e guidare verso nuovi orizzonti. Ecco, queste sono state, per me, le due scintille che mi scatenarono l’entusiasmo per i viaggi… ma viaggi di un certo tipo, pieni di emozioni forti.

Perché i posti più lontani del pianeta?

 

Per la voglia di cambiare, di mollare tutto (lavoro, amicizie e cose simili) e partire senza itinerari troppo programmati, e senza fare sapere a casa dove mi trovassi. C’era la ricerca di libertà, voglia d’avventura, passione e perfino incoscienza… ma non solo.

C’era, soprattutto, la voglia di rompere la monotonia dei giorni che scorrevano simili l’un l’altro. No, non era quella routine che volevo… e così iniziai a desiderare paesaggi lontani ed esotici, dando ascolto al mio carattere ribelle. Volevo partire senza però dare dei punti di riferimento su dove mi trovassi: mai e poi mai una cosa simile, perché altrimenti che “fuga” sarebbe? Se penso che negli undici mesi del mio viaggio verso l’India feci una sola telefonata a casa, litigandoci pure… è tutto detto.

Il mio girovagare nasceva da una voglia matta di fuggire. A posteriori, mi sento di sostenere che la freddezza familiare subita sia stata la mia buona stella non creandomi patemi ogni volta che decidevo di mollare e partire. Se, invece, ci fosse stato affetto… le decisioni non sarebbero state semplici. Diciamo che nella sfortuna ho avuto fortuna, anche di non essere cresciuto in un mondo ovattato.

La tua Vespa Rally, anzi la Gigia, icona di libertà. Raccontaci del tuo incontro con questo mezzo straordinario

 

Svelo una curiosità: nel viaggio verso Capo Nord il nome Gigia non l’avevo ancora adottato, perché ciò fu in coincidenza con l’altro viaggio iniziato l’anno dopo. Anzi, a dire il vero, Gigia fu messo addirittura alla fine del viaggio in India, diciamo che lo inventai in occasione della pubblicazione del primo libro.

E, per essere ancora più sincero, non fu neppure un’idea mia bensì me lo suggerì un redattore che, saputo che stessi scrivendo il libro mi propose lui stesso il nome Gigia. Ma lo disse così, con il primo nome che gli venne in mente, solo per farmi capire che sarebbe stato meglio farlo.

Poteva essere Gigia, o Frida, o chissà chi… bastava che ci fosse un nome. Accettai il consiglio. In pratica quel nome fu messo a posteriori, per il libro, soltanto per far scorrere meglio il testo e non rendere ripetitivi i termini Vespa e scooter. In pratica, io non ho mai dato alcun nome a qualsiasi mia Vespa ma tuttavia, pur avendolo messo a posteriori, la cosa non mi è dispiaciuta… tutt’altro.

Alla fine è come se Gigia mi avesse accompagnato davvero verso l’India, come se quel nome era già suo da sempre. E ormai Gigia è in simbiosi con la mia 200 Rally, e addirittura noto che tale simbiosi è rimarcata, da diversi addetti, per ogni 200 Rally.

Quando comprasti la tua Vespa Rally?

 

La Vespa la comprai giovedì 2 agosto del 1973 a Cantù, dal signor Corbetta (nel negozio Piaggio che stava in via Brambilla). Era di color rosso corallo, così c’è scritto sul catalogo. Rammento che il negozio Piaggio era a circa otto chilometri e mezzo dalla mia casa di Cermenate, ma ora non c’è più essendo morti prima il padre e poi il figlio che gestivano il negozio.

Io ero piuttosto dubbioso se comprarla con il miscelatore automatico, perché era una novità e non si sapeva se andava bene o no. Parlo della Gigia, ma in concreto che Vespa era la mia? È un modello prodotto nel 1972, fa quindi parte della prima ondata di 200 Rally, con pulsante di massa sotto la sella, telaio 8mila e rotti; in seguito ci furono alcune varianti tecniche e non solo.

Nel 1979 terminò la produzione di questo stupendo modello, considerato una delle Vespe più affidabili e ricercate in assoluto. Io sono dell’idea che le successive “PX” (fatte conoscere nell’ottobre 1977, mentre io ero fermo in Iran, e uscite di produzione nel 2007) siano state inferiori, senza nessun dubbio.

Come è nato il tuo viaggio in India?

 

Premetto che il mio viaggio risale a più di quarant’anni fa, perciò presumo che abbia dei punti di riferimento non più riconoscibili oggi. Detto ciò, quando penso ai miei viaggi in Vespa ricordo l’osare di più ogni volta che ne finiva uno: per esempio, nel 1972 con un vecchio vespino 50 andai a Passo Sella, Alta Valmalenco e dintorni.

Poi venne il viaggio a Capo Nord e a quel punto ritenni che era giunta l’ora di fare il grande salto: la fase preliminare era finita, sentivo che ero alla ricerca di altri stimoli. E così venne il viaggio in India. Ecco, quest’ultimo viaggio è nato in maniera graduale, alzando sempre di più l’asticella delle esigenze.

Come ti sei organizzato?

 

L’organizzazione me la facevo da solo e per sfruttare tutto il tempo necessario lasciavo il posto di lavoro, nella speranza di trovarne un altro al mio ritorno. Nei viaggi che ho fatto ho sempre usato soldi miei senza ricorrere agli sponsor (Piaggio compresa), ci tengo a chiarirlo.

Ricordo che per andare a Capo Nord mi licenziai, dopo sei anni di lavoro in una ditta grafica. La stessa cosa è avvenuta alla vigilia del raid verso l’India, mentre per compiere i viaggi in Africa e in Sud America mi sono avvalso di permessi non retribuiti: occorre soltanto un pizzico di determinazione; poi, con la buona volontà, tutto è possibile.

Sarà ingenuo e romantico il mio concetto, ma ritengo che forse sia il più adatto per abbracciare l’avventura e per sentirsi davvero liberi da ogni costrizione, sia mentale sia materiale. Il licenziamento per andare a Capo Nord, detto così sa di ridicolo o di esagerato (quindi inopportuno), però va chiarito che quella non era la meta finale, bensì sarei poi sceso fino a Gibilterra e da lì avrei iniziato a costeggiare il nord Africa – ove era possibile – risalendo infine fino a Trieste.

In sostanza avrei dovuto poi costeggiare il mare Mediterraneo… solo che l’incidente capitatomi vicino a Narvik (nel Circolo Polare Artico), dopo aver lasciato Capo Nord, ha interrotto tutto. In maniera definitiva. Mi sono preso la rivincita l’anno successivo partendo per l’India, con la stessa Vespa dell’anno prima.

Si sostiene che per fare un raid extra-europeo occorra una forte somma di denaro, ma io non sono d’accordo: si può spendere poco, oppure tanto, è questione di scelta, a seconda le esigenze personali. Se ci si adatta a dormire all’addiaccio e a mangiare nelle bettole (cose da me sperimentate in moltissime occasioni), la cifra può abbassarsi notevolmente. Saper viaggiare in economia è un’astuzia che si apprende con il tempo.

Spesso mi si chiede qual è la differenza tra quando viaggiavo io e adesso. Io ritengo che il principale cambiamento tra i viaggi odierni e quelli di quando li feci io quattro decenni fa è la tecnologia con internet, collegamenti satellitari, smartphone, navigatori GPS e via dicendo. È una grossissima differenza, come lo sono anche le condizioni delle strade maestre e l’evoluzione nel campo fotografico passando dalle diapositive al digitale. Per il resto è in parte invariato, e tuttavia si tratta di piccolezze al confronto di internet e del nuovo modo di fare le foto.

Perché proprio una Vespa?

 

Qualcuno può chiedersi perché rinunciare a viaggi organizzati tanto comodi, alle crociere sui transatlantici, ai buoni hotel… già, perché? Perché non viaggiare con un’automobile per sentirsi almeno un po’ più sicuri in simili viaggi? Perché, dunque, per andare in India ho scelto l’identica Vespa con la quale l’anno precedente giunsi a Capo Nord?

Forse perché mi piace cavalcare il vento, libero in quel poco di libertà che ancora rimane all’essere umano (soprattutto adesso, nell’era della “globalizzazione”). Ci sono cose che desideriamo tanto, forse ignorandone il motivo profondo.

L’irreale Kathmandu, la mitica India: due obiettivi e due sogni di tanti giramondo degli anni Settanta del secolo scorso, e di una generazione cresciuta nel sogno del “viaggio”. Niente di straordinario, la via delle Indie; niente di straordinario l’averla percorsa, tra il 21 agosto 1977 e il 20 luglio 1978, in Vespa 200 Rally.

Forse è un po’ fuori dell’ordinario, invece, che io abbia realizzato la mia fuga da casa senza l’appoggio di uno sponsor, con uno scooter di quattro anni acciaccato e protagonista, l’estate precedente, di un viaggio a Capo Nord… incidente sulla strada del ritorno incluso.

Sapevi cavartela con i motori?

 

Ricordo come se fosse ieri tutte le volte che, appena potevo, andavo a Bregnano, un paese comasco confinante con Cermenate, in un’officina dove si riparavano motocicli. Ci andavo per “rubare il mestiere”. Il meccanico era a conoscenza del mio progetto: andare in India con la mia “Vespa 200 Rally” (che aveva quattro anni). Il meccanico pazientemente m’insegnò un sacco di cose utili per far fronte a un bel po’ d’interventi meccanici.

Mi faceva montare e smontare qua e là, fino a quando dimostravo la mia completa autonomia. Io ero molto determinato a imparare il maggior numero di nozioni tecniche, che mi sarebbero state utili per il viaggio. Purtroppo, al ritorno a casa lo stesso meccanico si dimostrò incompetente nel riparare l’acciaccata Vespa… ma questa è un’altra storia.

Riguardo alle tappe e ai chilometri giornalieri cosa devo dire, ero instancabile. Nel 1976 durante il mio viaggio verso Capo Nord con la 200 Rally, la mia prima tappa è stata di 924 chilometri (giungendo a 63 km da Fulda, in Germania), e il 2° giorno ero già in Svezia (13 km dopo lo sbarco a Helsingborg del traghetto, per un percorso sul suolo stradale di 857 km). Insomma, ci davo sotto.
Qualche episodio che ti ha creato qualche disagio durante i chilometri percorsi in tante strade polverose?

Di certo il grippaggio nel Kurdistan turco. Ero a un centinaio di chilometri da Hakkâri, nel sud della Turchia; località vicina al confine con la Persia. La strada asfaltata era ormai un lontano ricordo e ben presto anche quella di terra battuta a poco a poco era sparita e si era trasformata in uno stretto viottolo con buche enormi, salite e discese da capogiro, curve terribili, pareti rocciose incombenti da un lato e, dall’altra parte, baratri infernali.

È qui che mi capita il grippaggio al pistone. È stato l’inizio di una lunga serie di traversie che mi hanno portato a vivere a stretto contatto con la gente del posto. In autostop, con la Gigia caricata su vari furgoncini, sono poi giunto a Rezaiyeh (in Iran), dove ho avuto la fortuna d’imbattermi nel cantiere edìle di una impresa italiana e quindi anche in un meccanico valtellinese che è riuscito a riparare in qualche modo la Vespa. Nel cantiere ho trovato anche un lavoro che era capitato a proposito, perché ero quasi rimasto a corto di soldi.

Il mondo della Vespa e dei vespisti

 

Ritengo i Vespa Club delle validissime associazioni di appassionati mosse da spirito di amicizia e passioni comuni ma io non ho mai fatto alcuna iscrizione a nessuno di loro. Perché? Forse è un mio problema freudiano ma i sette anni di collegio mi sono bastati e non sopporto più le briglie tirate, bensì amo lasciarle sempre sciolte dando più spazio alla fantasia, alla libertà… ossia a un metodo basato sul coraggio di vivere da soli, permettendomi così di dedicarmi con maggiore efficacia a ciò che mi sta più a cuore.

Mi piace sentirmi libero senza pensare tanto a ciò che mi porterà il domani badando bene, però, di non confondere la libertà con la sfrenatezza. Devo comunque ammettere che mi fa piacere e onore essere considerato dai Vespa Club e da parecchi vespisti uno dei più grandi viaggiatori italiani in Vespa di tutti i tempi.

Esagerano? Boh. Certo che quando nel 1977 partii per il mio viaggio verso l’India, a uscire dall’Europa prima di me in Italia ci fu solo Roberto Patrignani: questa è una gran bella soddisfazione che mi resta. A onore del vero nel 1976 ci fu Andrea Costa che fece un viaggio negli Stati Uniti d’America, da New York a San Francisco (5.509 chilometri), anche lui con una Vespa 200 Rally messa a sua disposizione, lì sul posto, addirittura dalla Piaggio che la modificò per gli USA: invidiabile!

Io, però, considero i veicoli delle semplici macchine e non anime da venerare e da ostentare: in un’officina meccanica di Rovellasca (un paese vicino alla mia nativa Cermenate) ho abbandonato la mia Gigia, quando chiunque altro al mio posto l’avrebbe custodita con cura. Ma io sono disinteressato all’attaccamento delle cose, al senso del possesso: sono fatto così e non mi pongo il quesito se ciò sia un bene o un male perché non m’importa. Come non m’importa collezionare scooter antichi (e ingombranti) soltanto per tenerli in bella mostra, seppur non funzionano. Io voglio motocicli vivi da poter ancora usare, mentre per quelli morti è meglio che vada a vederli altrove.

Ami definirti un vespista genuino e solitario, sempre alla ricerca del vento da cavalcare alla scoperta creativa delle tue emozioni più intense. Un anticonformista. E oggi come guardi la tua strada?

 

Intanto chiarisco che non è tanto l’epoca in cui si affrontano le varie avventure, ma il carattere di ognuno e il modo in cui gli individui si fanno coinvolgere dalle emozioni. La differenza nelle varie epoche è solo sulla parte tecnologica e sulle condizioni delle strade maestre.

Una differenza di grandissimo peso, senza dubbio; ma il pathos, invece, è invariato. Io, da buon tipo schivo, non ho mai simpatizzato per le americanate, per le spettacolarità senza freni… perché mi sentirei a disagio. Del resto i miei comportamenti, il mio modo di affrontare certi viaggi impegnativi, non dipendevano solo dalla mia epoca, ma semmai dal mio carattere riservato e poco propenso a contagiare gli altri su ciò che mi accingevo a fare.

Non volevo passare per sbruffone, perciò partivo senza far sapere la data esatta (che ignoravo perfino io). Niente date, ma mi basavo sull’ispirazione del momento, perciò non c’era nessun appuntamento in piazza. Mai: sia alla partenza sia al ritorno. D’altro canto basta leggere la mia partenza verso l’India, confrontandola con quelle di alcuni mostri sacri che mi precedettero.

A volte mi capita di accettare, per esempio, di esserci alla partenza dei vari viaggi presentati in pompa magna con tanto di squilli di tromba istituzionali, come se si fosse in un grande circo, come se si partisse per lo spazio cosmico o chissà verso quale cosa mai vista. Neanche questo fa per me.

Accetto certi inviti per essere presente a scenografiche partenze di viaggi importanti, ma lo faccio soltanto per educazione verso chi me lo chiede giacché non mi possono di certo entusiasmare, tanto è vero che io ne ho sempre fatto a meno. Amo il silenzio, lontano dalle luci esibizionistiche della ribalta e, all’opposto, non amo la teatralità sia nella buona sia nella cattiva sorte: ma questa mia prerogativa è difficile che sia compresa e accolta, lo so.

Sei un caratteraccio insomma?

 

Ognuno ha il suo carattere e tuttavia il mio non può essere preso a modello. Da giovane ero un tipo ribelle, ed è stata una mia prerogativa che mi ha tolto dai pasticci in parecchie situazioni future, anche nei posti lontani dalla madre patria. Ma, nel contempo, questo mio carattere non accondiscendente mi ha anche causato alcune grane: d’altro canto se non si accetta una vita remissiva bisogna essere disposti a pagarne le conseguenze… ma senza poi incolpare gli altri. Sia chiaro. Tra chi mi conosce c’è chi sostiene che io ho un certo caratterino, per nulla facile. Può darsi, sono fatto male ma non posso di certo cambiare adesso, a quasi settant’anni. Non è semplice avermi accanto, lo so.

Nuovi progetti?

 

Riguardo invece agli obiettivi che ho in testa, ne ho uno, una forte scommessa con me stesso di cui oggi ne sono al corrente soltanto tre persone e che adesso svelo anche a te: un mio nuovo lavoro che però non sarà facile da portare in porto. Ho appena finito d’impaginare il mio sesto libro, che raggruppa mezzo secolo della mia vita, però c’è un grosso problema.

La difficoltà sta nelle 552 pagine per un formato di cm 17 x 24: cosa che fa scappare tutti gli editori. Il lavoro grafico è terminato per la versione cartacea però, considerando quanto sia complicato da proporre a un editore, sto pensando di pubblicarlo per conto mio in maniera digitale con delle leggere varianti e su ciò ho un’idea: metterlo digitale del tutto uguale ma con un altro titolo e nel contempo proporlo ancora in formato cartaceo (opzione che preferisco) ai vari editori.

Le due cose potrebbero viaggiare in modo parallelo, però con titoli diversi: è la soluzione migliore, perché di solito gli editori evitano la pubblicazione degli e-book. Evitano cose già pubblicate anche se soltanto in maniera digitale. Con due titoli diversi, però, figurano come se fossero due cose separate e pertanto non si creano dei problemi con gli eventuali editori.

Su questo argomento però non ho alcuna infarinatura: io ho l’esperienza per i lavori cartacei (tra l’altro aiutato dal fatto che mia moglie era un’ottima grafica editoriale e mi ha permesso d’imparare parecchio da lei), ma non ho mai fatto un lavoro sugli e-book. Devo comunque imparare per forza altrimenti rimango con le mani in mano. Per il digitale sto pensando di farlo attraverso la piattaforma “Kindle Direct Publishing Italia” (KDP), solo che non so cosa succede nei passaggi tecnici e soprattutto cosa comporti caricare dei PDF: se, tuttavia, non fosse possibile inserire tutti i PDF evito la pubblicazione. La cosa interessante è che è gratuita, il che andrebbe benissimo… se funzionasse. Avrei però bisogno di qualche dritta, ma non è facile ottenerla.

Va detto che il libro in formato cartaceo si potrebbe già pubblicare, seppure con delle tempistiche non immediate perché quattro Case Editrici interessate, che ho interpellato, hanno già una propria programmazione satura. Per di più c’è soprattutto una cosa che frena ogni procedimento: ognuna di loro, infatti, si blocca sui costi che derivano dal gran numero di pagine.

Perciò, nel frattempo, cerco qualche altra Casa Editrice anche se, in effetti, questo nuovo mio libro (lo ricordo ancora “Mezzo secolo rincorrendo il mondo – Nei viaggi la Vespa fu il primo amore, poi venne il resto”) è composto da parecchie pagine e so che questo porta a forti rincari. Tra loro c’è stato chi mi ha proposto di dividerlo in due libri. Decisamente no, perché sarebbe ripetere un compito che ho già fatto e di cui mi sono poi pentito: o tutto o niente.

Capisco che il consistente numero di pagine allontani gli editori tradizionali, i quali vorrebbero una forte riduzione di pagine per ovvi motivi (in primis i costi); ma d’altro canto ciò vuole essere il mio migliore libro pubblicato, il più bello, essendo un felice connubio delle mie precedenti pubblicazioni e con le innumerevoli modifiche certosine che lo arricchiscono: insomma, grazie all’esperienza acquisita è il più completo e il più curato… di parecchio rispetto a prima. Non farò altri libri sui viaggi perché questa è come se fosse la mia opera omnia; è il massimo che io possa fare, più di così non ne sarei capace. È quello più rappresentativo, il mio ultimo che parli di viaggi (e non solo), di conseguenza non posso evitare di mettere tanta legna sul fuoco perché non ha senso ridurlo.

Un paio di queste Case Editrici mi ha ventilato l’idea di coinvolgere magari uno sponsor, o chiamiamolo pure in un altro modo, insomma chi intervenga economicamente sul libro, anche se non è semplice trovarlo. L’eventuale sponsor mi porrà poi delle domande concrete su quante copie dovrà acquistare prenotandole in anticipo, su quanto dovrà versare complessivamente per l’operazione e su quale sarà, alla fine, il prezzo di copertina messo sul libro. Tre domande cui, però, è impossibile rispondere subito: ogni cosa a suo tempo. Ho l’impressione che, alla fine, io riesca solo a metterlo in digitale… salvo che intervenga qualche sponsor, ma questa non è una strada che conosco e non saprei neanche come muovermi perché è una faccenda a me sconosciuta.

A ogni buon conto, seguendo questa nuova via indicatami, lo scorso 3 novembre ho inviato una e-mail alla Piaggio chiedendo se fossero disponibili a essere coinvolti nella prenotazione di un certo numero di copie da proporre all’editore affinché accetti la pubblicazione, mentre senza tale intervento la situazione diverrebbe assai complicata. Ho aggiunto che, affinché si proceda per la pubblicazione potrei contribuire, se lo ritenessero opportuno, dando loro in regalo 200 miei libri che poi si potrebbero vendere attraverso i propri canali (“Vespa Club” inclusi). A tutt’oggi, comunque, non ho ricevuto risposta: mi dispiacerebbe che si ripeta ciò che accadde nel lontano 1983: voglio darmi una botta di ottimismo, pensando che stavolta la storia potrebbe cambiare. Una speranza ingenua?

Sia chiaro, comunque, che non mi va di avere a che fare con Case Editrici a pagamento… camuffate o no: non intendo pagare niente per la pubblicazione cartacea, piuttosto è meglio lasciar stare. Sarebbe un peccato che questo lavoro non andasse a buon fine, perché ho ottenuto due importanti prefazioni: una di Riccardo Costagliola (Presidente ‘Fondazione Piaggio’ e quindi del ‘Museo Piaggio’) e l’altra di Tiziano Cantatore (Direttore della rivista ‘Mototurismo’).

Cosa ti hanno insegnato i tuoi viaggi in Vespa in giro per il mondo?

 

Un viaggio vespistico non è un tentativo di afferrare la luna dal pozzo, ma è alla portata di tutti. Più che cercare di coprire velocemente il maggior numero di chilometri possibili, penso che sia preferibile badare soprattutto a vivere un’esperienza appassionante. È necessario soltanto non dimenticare mai che nessun viaggio del genere va fatto alla leggera. Oramai non è più possibile definire un raid “eccezionale”, quindi considero il mio datato viaggio verso la cerchia nevosa dei monti himalayani un’esperienza che mi ha dato molto, che mi è stata assai utile e nient’altro. Ho potuto constatare che quella prova così difficile è servita a migliorare un po’ il mio carattere, a rafforzarmi, a farmi formulare poi, a posteriori, un giudizio più riconciliato con la vita.

 

“Ciò che salva è il movimento”?

 

Sul mio blog “VIAGGI, LIBRI E CURIOSITÀ” da parecchio tempo c’è questa mia frase: Ciò che ci salva è il movimento, sia fisico sia mentale. Ciò che ci penalizza, invece, è l’immobilità del corpo e della mente… ed essere ripetitivi è una forma d’immobilismo.

Questo non significa rinunciare ai propri ideali, ai sogni che è giusto continuare ad alimentare, ma per immobilismo s’intende rifare tediosamente le stesse cose all’infinito senza cercare delle scelte diverse. È la paura di cercare cose nuove. È mancanza di personalità. Percorsi nuovi dunque, sì certo, ma purché non siano dettati solo dai mal di pancia del momento. È tutto qui il succo dei viaggi… non occorre altro.

Quanto a chi viaggia in tempi brevi mi è difficile pensare a un viaggio di venticinque giorni soltanto, durante il quale più che altro si macinano migliaia di chilometri. In un arco di tempo così breve io mi limiterei a scegliere un itinerario corto, anche se, in effetti, in venticinque giorni, volendo, si possono attraversare i continenti… sì, ma come?

Non credo che in un mese si riesca a scoprire granché di altre popolazioni, né mentalità, né usanze. Può sembrare esagerato fare un viaggio di undici o sette mesi, ma non è così: il tempo corre veloce e ci si rende conto che c’è ancora tanto da vedere e da conoscere. Attraversare velocissimamente un continente, alla Speedy Gonzales, non mi attira per niente e se ho poco tempo a disposizione evito di partire. Viaggiando non ci si deve accontentare di poco, quando invece si può avere molto in fatto d’emozioni e di conoscenze, che rimarranno dentro di noi e che nessuno potrà mai comprendere fino in fondo.

Perché si viaggia?

 

Si viaggia per sé stessi e non certo per avere il plauso delle persone sedentarie, che magari considerano i viaggiatori come gente strampalata. L’amore per i viaggi ha un prezzo che si paga con tanti sacrifici (licenziamenti, permessi non retribuiti, separazione sia pure momentanea dalle persone alle quali si vuole bene, rischi di ogni genere, incertezza per ciò che accadrà al ritorno a casa… tutte cose che gli “altri” non sono in grado di comprendere né di provare; oppure, se le comprendono, non hanno la forza di affrontarle).

Quando mi sento libero, mi sento partecipe della vita: non un robot con il cervello disseccato, privo di qualsiasi capacità di provare emozioni. Lo so che la libertà autentica è un’utopia, ma un poco in essa devo pur credere, perché c’è una possibilità d’essere libero. È giusto pensare al proprio benessere, ma ancor più giusto è sperimentare ogni tanto una vita colma di fascino e d’imprevisti.
Avere una famiglia limita la libertà del viaggio come tu lo intendi?

Chiunque interpreta la vita senza stare dentro a dei rigidi schemi, senza accettare il così fan tutti, dimostra di essere coraggioso e degno di rispetto. Pertanto non è detto che creando una famiglia sia sinonimo di arrendevolezza. Parlando di me io avrei voluto essere assai più libero dai legami e da tutto, ma non ho osato farlo fino in fondo. Quante volte ero combattuto tra il fermarmi a lungo in certe località visitate e il timore di fare uno sbaglio!

A distanza di decenni sono giunto alla conclusione che lo sbaglio è stato non ascoltare la mia vocina interiore, che imprecava di non avere fretta a tornare a casa preferendo casomai stare parecchio tempo qua e là senza tabelle da rispettare. È vero: in certi momenti e in certi luoghi avrei preferito fermarmi per almeno cinque o sei anni… e purtroppo non ce l’ho fatta perché, a volte, dentro di me avvertivo la necessità di tornare a casa mia ogni tanto.

Come sarebbe stato bello, però, impostare la vita in un altro modo, io invece avverto di aver realizzato una cosa a metà e di non essere andato oltre. E me ne pento. Avrei dovuto osare di più? Ho una famiglia e quindi non mi posso lamentare, ma a volte non è semplice dover sottostare quotidianamente a dei compromessi che spesso, però, ci aiutano a vivere in maniera tranquilla. Pazienza: è andata così… e non è poi male, nonostante tutto. Tiziano Terzani ha detto: La libertà e la felicità non vanno di pari passo. Aveva ragione, perché le due cose non possono andare di pari passo.

C’è stato un periodo della mia vita dove ho puntato tutto sulla libertà, poi sono passato alla felicità ed è ovvio che il rammarico c’è sempre perché la libertà ha un peso molto più forte della felicità… e fa sognare posti lontani. Chi assapora la vita libera quando sarà vecchio non rimpiangerà le occasioni perse, come invece può succedere agli altri. La libertà è assai faticosa da raggiungere ma ha un fascino tutto suo, ed è ambita dai viaggiatori (non così per i turisti, che sono molto diversi dai viaggiatori… è una cosa risaputa). La felicità, al contrario, è più rapportata alla serenità del focolare domestico perciò teme gli imprevisti che sono bensì il sale e il pepe per chi ha le ali, per chi vive libero e all’avventura.

Che fine ha fatto la Gigia, la tua 200 Rally?

 

Dopo 42 anni… la Gigia sta risorgendo. Nel marzo di quest’anno (2021) dentro la mia casella postale ho trovato una busta, con il mittente che proviene da Cermenate. Me l’ha spedita un mio vecchio amico che non vedo da un po’ di anni. Nella busta c’erano alcune foto e un foglio scritto a mano: Te la ricordi? Non è forse la Gigia? Io l’ho riconosciuta per degli adesivi e delle particolarità. Se ancora t’interessa segnati questo indirizzo e il numero telefonico. Cribbio!

Sono andato a vederla e, sì… era proprio la mia Gigia, sporca e sommersa dalle ragnatele, con la carrozzeria piena di graffi. All’inizio c’è stata un po’ di emozione, che tuttavia è durata poco perché mi sono chiesto: E adesso che ci faccio? Non m’interessa. Stavo quasi per dire di farne ciò che vogliono, quando all’improvviso ho pensato a una persona cui possa interessare questa cosa antica: ossia l’amico Fabio Cofferati, famoso per il suo cercare mezzi vecchi da mettere poi in funzione. Per fare ciò bisogna avere, oltre che la passione, una buona capacità meccanica giacché non è un lavoro semplice. Ho telefonato e Fabio ha acconsentito con entusiasmo.

Ci siamo recati a Rovellasca con un suo furgone per caricare la Gigia affinché si porti a Salsomaggiore Terme dove sarà ben curata e coccolata. Abbiamo preferito tacere sui social network di questo clamoroso ritrovo, preferendo ritardare l’evento a quando la Vespa 200 Rally sarà rimessa in moto: è più spettacolare. È ovvio che spetta a Fabio completare il miracolo e ci vuole pazienza, tanta fatica, determinazione, e non avere fretta… ma prima o poi sarà tutto finito; ho fiducia nelle sue capacità. Il ritrovo di una cosa cui non pensavo più, mi porta al lato concreto.

Io la Vespa non l’avrei ripresa, ma il fervore di Fabio mi contagia. Va detto che la Gigia è stata radiata perché dal 1981 io non ho più pagati i Bolli, considerando che allora si poteva evitare di pagare quando non si usava. Nel 1983 la Tassa di Circolazione diventa Tassa di Proprietà e quindi il Bollo deve essere pagato sempre, anche se non si usa il veicolo. Ma ormai il motociclo l’avevo lasciato in un’officina meccanica di Rovellasca sin dal 1979, senza pensarci più.

Per un euro simbolico vendo la Gigia a Fabio: ho il foglio complementare, che dal 1994 è stato sostituito dal certificato di proprietà e perciò è presente soltanto sui veicoli vecchi. Ho anche la targa originale e il libretto di circolazione originale (grazie a dei ritrovi rocamboleschi e casuali). Fabio deve fare la nuova iscrizione presso l’ASI (Automotoclub Storico Italiano) o la FMI (Federazione Motociclistica Italiana). Dovrà sostituire entrambi i cofani e il parafango, perché sono messi malissimo: il lavoro non mancherà.
Con quali suggerimenti vogliamo concludere questa lunga e piacevole chiacchierata?

Che consigli dare? Non so. Io ho l’abitudine di riportare su dei quaderni le sensazioni e la cronologia di qualsiasi viaggio, ben sapendo che ci sono viaggiatori assai più esperti di me e fin troppi “maestri” che trattano l’argomento dei viaggi. Tuttavia, nelle pagine dei miei libri accenno a quanto ho sperimentato personalmente, invitando a considerare che è sempre un buon consiglio quello di non prendere tutti i consigli alla lettera, ma di adattarli alle personali esigenze e al proprio modo d’essere e di pensare. È da evitare il grave errore di partire senza avere almeno nozioni elementari in fatto d’igiene, alimentazione e abbigliamento.

Allo stesso modo non è bene iniziare qualsiasi viaggio con eccessive preoccupazioni: … ogni avventura va vissuta quanto più serenamente possibile, al caso diventando anche un po’ fatalisti. Ciò che riporto può darsi che sia scontato, e per lo più superfluo agli occhi degli esperti viaggiatori. Voglio però sperare, che, tra i lettori, ci sia qualche viaggiatore in erba desideroso di apprendere cose che anch’io avrei gradito conoscere agli inizi del mio girovagare. Se gli “esperti” proprio si annoiano nella lettura di quelle righe… lascino stare, senza però dimenticare che anche loro tempo fa erano, come tutti all’inizio (io compreso), degli sprovveduti.

Giorgio Càeran, i libri

 

Maggio 1983 “La via delle Indie in Vespa” (224 pagine – ‘Edizioni Càeran’ –con la prefazione di Armando Boscolo, all’epoca Direttore della rivista Motociclismo);

maggio 2006, “Giramondo libero – In viaggio con la Vespa o con lo zaino” (384 pagine, Giorgio Nada Editore, con la prefazione di Sergio Stocchi);

luglio e settembre 2020, “È meglio che vada sulle vie del mondo – Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley” (540 pagine, Aletheia Editore);

dicembre 2020, “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio” (280 pagine,Libreria Editrice Urso);

marzo 2021, “Papà, andiamo a Santiago? – Padre e figlia sul Cammino Portoghese” (160 pagine tutte a colori – con la prefazione di Luca Gianotti, Libreria Editrice Urso).

Su Papà andiamo a Santiago Giorgio Càeran specifica: “Nel novembre 2014 ne avevo fatto un e-book, di cui però ho un pessimo ricordo: un’esperienza che non vorrò più fare. Stavolta, invece, la musica è ben diversa: Francesco Urso, l’editore che nel dicembre 2020 già mi pubblicò “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”, di sua iniziativa e senza che io lo chiedessi ha deciso di pubblicarmi questo libro tutto a sue spese perché è un grande appassionato dell’argomento”.

“Papà, facciamo il Cammino di Santiago de Compostela?”, Sinossi

 

“Questa è stata la richiesta che mia figlia Chiara fece un anno prima. Il fatto che a suggerirlo sia lei è importante, ed è indicativo che una sedicenne proponga certe camminate. Richiesta mantenuta per un anno, senza tentennamenti.

Ho fatto molti viaggi importanti: India, Africa, America Latina, Asia (compreso il Medio Oriente), e il cammino di Santiago de Compostela è tra questi.

Andare a Santiago con la figlia è stata una bella esperienza, dove l’ignoto non era trovare la strada giusta, bensì partire solo con lei senza sapere se avremmo avuto lo stesso passo, se saremmo riusciti a condividere gli stessi amici, la stessa esperienza, l’identico entusiasmo.

Da Santiago, al termine della camminata siamo andati con un pullman a Finisterre. Sulla via del ritorno, a Cammino concluso, abbiamo visitato Porto, Braga (che a 5 km ha la spettacolare scalinata barocca che porta al santuario Bom Jesus do Monte) e Coimbra, per poi tornare a Lisbona e da lì prendere l’aereo per l’Italia.

Abbiamo annotato costi, ostelli, orari, tutto ciò che potrebbe agevolare chi avesse intenzione d’intraprendere questo percorso”.

Aggiungo volentieri alla mia intervista, quanto ancora sottolineato da Giorgio sui social che puntualizzano ulteriormente la nostra chiacchierata: “

“Grazie Daniele Del Moro, grazie per aver ripreso l’intervista che mi avevi già pubblicato lo scorso 3 dicembre. Allora non ti feci notare due note di contorno che aiutano meglio il discorso. Innanzi tutto il colore della Gigia era sì rosso, ma non corallo: avevo riferito male io, quindi è stata una mia colpa e lo è di più non averla corretta subito. Dopodiché sul licenziamento per andare a Capo Nord, c’è da specificare che detto così sa di esagerato, però va chiarito che quella non era la meta finale, bensì sarei poi sceso fino a Gibilterra e da lì avrei iniziato a costeggiare il nord Africa – ove era possibile – risalendo infine fino a Trieste. In sostanza avrei dovuto poi costeggiare il mare Mediterraneo… solo che l’incidente capitatomi vicino a Narvik (nel Circolo Polare Artico), dopo aver lasciato Capo Nord, ha interrotto tutto. Mi sono preso la rivincita l’anno successivo – nel 1977 – partendo per l’India, con la stessa Vespa dell’anno prima.
 
Infine al riguardo della pubblicazione del mio 6° libro alla fine ho trovato la soluzione giusta, che non è più la ricerca di uno sponsor. Un appassionato vespista mi ha suggerito uno stratagemma per convincere un editore: raccogliere gli ordini in una sorta di prevendita con l’obiettivo di arrivare a 100 pre-acquirenti disposti a pagare in anticipo per ricevere a casa il volume. Un espediente che, se concluso con successo, renderebbe di certo più semplice la pubblicazione da parte di un editore. In pratica si tratta di compilare un elenco di chi sia disposto a prenotarsi il libro. D’altronde pubblicare un libro da 552 pagine non è uno scherzo e una piccola Casa Editrice si trova in grosse difficoltà sui costi, con il timore – assai concreto – di non recuperare le spese fatte. E, infatti, sto procedendo con la lista che tengo aggiornata sul mio ultimo Blog. Ecco, solo queste osservazioni volevo far notare, che però non feci a dicembre: o meglio si tratta di due osservazioni e un aggiornamento sulla procedura di pubblicazione. Mi è sembrato sensato fare presente questi tre punti. Un abbraccio”

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