Giorgio Ricci racconta: Cuba? No problema!

Giorgio Ricci racconta: Cuba? No problema!

Un libro che sintetizza quindici giorni on the road di Giorgio Ricci in compagnia della moglie Cristina. Viaggiatore e scrittore, autore di 3 libri. L’ultimo volume Cuba? No problema riassume tutta la bellezza del viaggiare


Iniziamo dalla tua storia. Chi è Giorgio Ricci?

 

Sono nato ad Alessandria l’11 giugno 1960 e ho sempre vissuto a Valenza (AL) a parte una parentesi di 8 anni a Tortona (AL). Commerciante di pietre preziose prima e titolare poi, con mia moglie, di una yogurteria/creperia. Attualmente in attesa paziente e fiduciosa di pensione, nel frattempo scrivo. Appassionato di fotografia e di viaggi, mi avvicino alla scrittura una quindicina di anni fa.

Tre libri e tante attività, tra cui la passione per la fotografia. L’ultimo volume è Cuba? No problema! Raccontiamo Cuba e il tuo ultimo volume. Che esperienza è stata e come è nata l’idea di un viaggio a Cuba in compagnia di tua moglie Cristina?

 

I tre libri pubblicati sono: Sette Autisti Un’Automobile Indiana edito da Greco e Greco nel 2009, Cieli Azzurri edito da Progetto Cultura nel 2012 e Cuba? No Problema! edito da Ciost Edizioni nel 2021.

Il primo dopo una fantastica esperienza di viaggio in India in solitaria durata 42 giorni e corredato da mie fotografie. Il secondo stimolato da due racconti premiati in due anni diversi al Concorso Energheia di Matera: premio speciale della giuria al racconto Dauphine (2009) e primo premio assoluto al racconto L’Albero Capovolto (2010).

Questi due, insieme ad altri 22, compongono la raccolta di racconti, sostanzialmente di viaggio, anche se proprio L’Albero Capovolto, a mio parere la cosa più bella che abbia mai scritto, non può essere annoverata tra la narrativa di viaggio.

E veniamo a Cuba? No Problema! che racconta un viaggio fatto con mia moglie dal 16 febbraio al 10 marzo 2020, e già queste date ci dicono qualcosa. Conoscere Cuba ‘prima che fosse troppo tardi’ era un desiderio che covavamo da tempo, e la fine dell’esperienza professionale tortonese ci ha detto che era giunto il momento. È stata un’esperienza particolare e dalle mille sfaccettature, non tutte positive, vuoi per le notizie sempre più allarmanti che giungevano dall’Italia, vuoi per un’influenza fatta da entrambi che chissà se era solo influenza, vuoi per la povertà in cui versa la maggiorparte della popolazione. Cuba ci è piaciuta comunque tantissimo.

Cuba? No Problema! Voi avete optato per le Casas particulares. Che tessuto sociale avete trovato, raccontiamo il rapporto con le genti caraibiche, cosa vi ha più colpito, che quartieri avete trovato?

 

Abbiamo optato per le Casas Particulares proprio per vivere da vicino la realtà dei quartieri e della gente ‘normale’ quindi lontano dagli hotel patinati e impersonali. Ed è stato vincente! Abbiamo conosciuto persone fantastiche sempre pronte ad aiutarci e a rendere il nostro pernottamento il più confortevole possibile. Rientrare a casa alla sera camminando nei quartieri popolari, silenziosi e tranquilli, vedere come si prodigavano nel prepararci colazioni abbondanti nonostante l’embargo e la difficoltà a reperire prodotti di prima necessità, scoprire la rete di conoscenze tra casa e casa e tra casa e tassisti... beh, tutto questo è stata la scelta migliore che potessimo fare.

Purtroppo le file davanti ai supermercati, gli empori con gli scaffali vuoti, la gente con uno sguardo che troppo spesso sconfinava nel mesto, ci hanno dato un’idea di Cuba inaspettata, non danzante e allegra e colorata come ci attendevamo, ma più malinconica, in cui l’embargo statunitense detta il passo. Cuba dà un’idea di nazione che dipende sempre dalle bizze di qualcun altro, blocco sovietico prima, presidenti americani dopo. Non si trovano nemmeno le medicine nelle farmacie, e questo la dice tutta.

Avete fatto “on the road” per 15 giorni: come vi siete mossi, quali città avete visitato e quale vi ha più affascinato e quale meno e per quali motivi?

 

On the road per 15 giorni spostandoci con taxi collettivi oppure privati e una volta su un bus della Viazul. I taxi potevano essere auto d’epoca americane sessantenni oppure, purtroppo, moderne auto coreane.

La durata dalle due alle quattro ore, molto più lunga quella sul bus. Abbiamo visitato 6 città. L’Avana che non ci ha certo deluso, soprattutto nella sua parte più celebre, Habana Vieja, con la sua atmosfera coloniale indimenticabile, le sue piazze, le sue chiese, i suoi palazzi bellissimi e i famosi locali frequentati da Hemingway, poi con il Malecon, percorso dalle auto americane anni ’50, scintillanti e splendide. Quattro notti e tre giorni pieni sono però insufficienti, prima o poi torneremo!

Cienfuegos è stata una bellissima sorpresa, con una baia che si insinua profonda, una piazza splendida e un’atmosfera molto sudista.Trinidad vale da sola il viaggio perché camminando tra le via acciotolate su cui si affacciano basse casette colorate si ha la sensazione di vivere nei secoli addietro. Transitano carretti trainati da pigri cavalli e tutto si muove lento, addormentato. A pochissimi chilometri la bianca spiaggia di Ancon da un assaggio di Caraibi. Remedios è una Trinidad in miniatura, il tempo ancora più cristallizzato in un’era passata. Grande tranquillità, scene di una vita che sembra provenire da un’Italia dell’immediato dopoguerra.

Camaguey è stata una parziale delusione data dalle aspettative troppo ottimistiche e dal meteo sfavorevole che ha reso il tutto molto grigio. Santiago de Cuba è la tipica città del sud, patria dei balli cubani ed ex capitale però, a parte i dintorni (una fortezza a picco sul mare) e il cimitero in cui è sepolto Fidel (con tanto di cambio della guardia ogni 30 minuti) il resto ci ha un po’ deluso: troppe cose non curate, quasi dimenticate, e una certa malinconia di fondo.

Poi sono seguiti 8 giorni al mare di Guardalavaca, raccontati nel libro a spezzoni come prologo di ogni parte del viaggio on the road.

Quali paesaggi vi hanno più “impressionato”?

 

La spiaggia di Guardalavaca è molto bella, il paesaggio tra una città e l’altra piuttosto normale, ritorniamo quindi alle città, alle loro bellezze coloniali, alle chiese, ai ricchi palazzi di un tempo e, fiore all’occhiello, alle incredibili American Classic Car più vecchie ma più in forma del sottoscritto.

Sei stato finalista al Premio Chatwin, icona del viaggiatore: cosa significa per lei viaggiare e se è ancora possibile farlo da viaggiatori e non da turisti?

 

Per me viaggiare significa sognare. E vale quando comincio a studiare una cartina come quando scrivo la prima parola di un manoscritto. In mezzo c’è il viaggio vero e proprio, che non è detto sia quello che più rimane dentro. Viaggiare è prepararsi a una partenza, viaggiare è raccontare dopo l’arrivo. Viaggiatore e turista? Mi trovo in difficoltà a rispondere decentemente. Spesso le due figure si sovrappongono, ma se per viaggiatore si intende pernottare in una casa particular cubana o immergersi in una stazione ferroviaria indiana, fotografare e perdere il senso del tempo… allora sì, sono un viaggiatore.

Quali progetti avete per i prossimi mesi, state pensando a qualche viaggio in particolare?


Io e mia moglie preferiamo, per i viaggi, sognare in grande
, fosse anche a lungo termine. Mi viene in mente il Camino de Santiago a piedi (tutto, quindi in 30 o 40 giorni non so, quel che ci vorrà dai!), poi un lungo viaggio tra le isole del nostro cuore, quelle greche, poi un ritorno nella nazione più bella del mondo, l’India, perché 6 volte dal 2001 al 2013 non ci sono bastate… altro che mal d’Africa! Potrei aggiungere Patagonia, Vietnam, Sri Lanka, ma ho come la sensazione che l’attuale situazione mondiale e gli anni che passano troppo in fretta rendano questi desideri di difficile attuazione (almeno non tutti, via!).

Concludiamo questa intervista con qualche curiosità, un aneddoto

 

Gli aneddoti? Mi limito alla mia esperienza di scrittore, al prossimo libro che uscirà (primavera 2022?) che racconta un viaggio indiano nel Tamil Nadu fatto nel 2011 con mia moglie, quando incontrammo una bimba e una ragazza adottate a distanza e poi vagammo felici in quella parte del sub continente.  E ai racconti che sto scrivendo, in cui il viaggio ha solo una piccola valenza, racconti evocati da una canzone, da un ellepi o da un concerto e che sono ambientati – almeno molti di loro – negli anni Settanta e Ottanta. Leggo ogni racconto terminato a mia moglie, che fronteggia pazientemente le mie emozioni. Presto sottoporrò questa raccolta agli editori… e chissà…

 

Foto: per gentile concessione di Giorgio Ricci

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