Isola Tiberina e “ghetto ebraico”, attraversando il valore della memoria

Tra l’Isola Tiberina e il Portico d’Ottavia, fototrekking urbano sulle orme della storia. Per non dimenticare, anzi per ricordarsi del valore della solidarietà che tra umani è possibile, unico antidoto per porsi di fronte all’orrore di ogni guerra

 

Una domenica di sole. Una delle nostre consuete passeggiate domenicali organizzate dalla brava guida turistica e archeologa Laura David de Viaggi nella storia di Laura D.

Abbiamo scattato fotografie ripercorrendo quanto accaduto il 16 ottobre del 1943. Di una narrazione a tratti talmente toccante da imporre il silenzio assoluto nell’ascolto, alcune cose mi sono rimaste impresse.

La cattiveria umana e gli orrori della guerra, la speranza, l’inettitudine di una classe dirigente capace di passare dai giri di valzer a Caporetto fino all’8 settembre (non appaiono molto diverse le cose oggi).

Ma quello che mi ha più colpito della narrazione di Laura, a tratti sembrava di essere ad un monologo teatrale all’aperto, la catena della solidarietà durante la guerra.

Quell’improvviso fare rete in mezzo alla tempesta e alla barbarie nazista. Per portare aiuto e sostegno a tante persone. Traendole in salvo, nei modi più variegati. Facendo l’impossibile.

Ecco, l’insegnamento che mi rimane di questa domenica. La solidarietà. A tutte le latitudini, con tutti gli “emarginati” della storia e con tutti coloro che dalla storia vengono travolti.

Oggi più che mai abbiamo bisogno proprio di questa rete. Per contrapporci a ogni guerra e non dimenticare quanto affermava anche il Che: “«Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario”.

Quella rivoluzione che dice anche “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Non per stucchevole sentimentalismo ma perché riconoscere sempre l’altro nella sua essenza vorrà dire farsi umani, percependo lo stesso “filo infinito” che ci lega tutti.

Il Filo Infinito di Paolo Rumiz

 

A questo proposito e a coronamento di questa domenica di riflessione, fotografia e trekking urbano, vi propongo alcuni tratti di un meraviglioso libro che sto leggendo in questi giorni, Il Filo Infinito, appunto, di Paolo Rumiz, tra i miei “numi tutelari:

“L’uomo ha l’obbligo di essere felice, perché solo così fa felici gli altri. È uno dei massimi insegnamenti dell’ebraismo.

La felicità sta nel perimetro. Lo spazio chiuso. Il templum dei romani, il tèmenos dei Greci. Il confine all’interno del quale il mondo può entrare solo in punta di piedi. Forse il patto di permanenza che da quindici secoli i benedettini stringono per vivere e morire nello stesso posto, mi indica un’alternativa al frastuono di un mondo globalizzato che emargina, sradica e mette in moto fiumane di spaesati.

Non è forse attraverso l’ospitalità che nascono le vocazioni?

In un’esperienza spirituale i luoghi non hanno nessuna importanza. Contano le persone. La strada prescelta diventa secondaria, perché sono gli incontri a darti di volta in volta la direzione.

L’uomo che è stato primate a Roma non si perde in disquisizioni teologiche. Ci porta subito a vedere gli orti, la sala di mungitura, le anatre. Chiama fischiando i merli, accarezza i fiori, attiva il getto della fontana che qualcuno ha lasciato chiuso, si lascia docilmente fotografare dai visitatori. Parla camminando, e muove le braccia col gesto largo di chi semina, consapevole che la parola presto o tardi dà frutto. Seminare non è solo l’atto del contadino, è la generosità del testimone di fede, consapevole che la sua narrazione è riassunto di infiniti incontri, voluti o casuali, singoli o di gruppo, di uno che dopo l’aratura procede senza voltarsi e senza tornare mai sulla sua strada, perché tanto sa che ciò che ha sparso lascerà una traccia. Nel senso della letizia, comandamento primo di Benedetto e figlia prediletta del letame.

Il centralismo è diabolico: comanda invece di servire.

Noi non siamo contemplativi. La nostra attitudine è meditativa. Significa che mastichiamo la parola finché essa non rilascia tutto il suo sapore e non ci entra nella carne e nelle ossa. Il nostro attivismo non ci fa mai dimenticare l’arte o il pensiero . L’Otium in senso latino è assolutamente utile. Negativa per l’anima è l’otiositas, l’inattività, la pigrizia.

Nell’agricoltura si incontrano il teologico e il metaforico. Oggi per noi la terra non è più la madre che nutre. È al massimo una puttana da sfinire. Un oggetto di consumo, dove il sacro è un intralcio.

Mi sfiora un pensiero inaudito: la veste dei preti non è che un trucco per usurpare il ruolo del femminile nella comunità della fede.

Talvolta nei viaggi entra in gioco un elemento assai più potente del caso. Il destino, forse. O la Provvidenza. O una di quelle sintonie gratuite che generano inauditi cortocircuiti fra le cose, le memorie e le visioni.

Mio Dio, perché non bastano incontri come questi a fare l’Europa?

Mi chiedo se la parola felicità non debba essere sostituita da contentezza, il ringraziamento di chi “si accontenta” di ciò che la provvidenza gli ha donato. Un ringraziamento che finisce per coincidere con la preghiera.

Nel gregoriano c’è tutto, compreso Verdi.

Il verso, l’ho imparato da tempo, è lo sforzo della parola per diventare musica. Ma è un tentativo fallimentare perché la parola è destinata a perdere. La musica rimane inarrivabile.

Esiste solo la parola che riempie il vuoto e il silenzio e la penombra. Se un giorno tornerò per quella strada a oriente di San Nicola di Bari, attraverso i balcani e l’anatolia, non mi porterò macchine fotografiche, ma qualcosa per fermare le voci.

Ti chiedi se la percezione magica del sacro non sia morta nel Seicento e la fede non sia stata rimpiazzata altro che dalla teatralità.

Respiro odore di codici. La percezione sensoriale del tempo è così completa che vorrei masticare la carta, per la gratitudine che le porto.

Ci si sente, il che è cento volte meglio che capirsi. Forse non c’è niente di peggio che una lingua comune per creare malintesi.

Mostrare uno zelo buono, per non incartarsi nel lavoro.

Ma quanta fatica stare nel mondo lavorando sulle parole contrarie in perenne stato di allerta.

Benedetto è il contrario, indica la semplicità e la povertà come dimensione ideale della relazione fra uomini. Dammi una parola, chiede il discepolo all’abate. E in quella parola sta tutto il soffio spirituale, il dinamismo del nostro movimento.

Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio fra preghiera e lavoro. Oggi, aver messo il lavoro come unico orizzonte può portarci tutti alla depressione.

Benedetto ci chiede l’impossibile. Benedire coloro che ci maledicono, sopportare i falsi profeti, accettare i fratelli che vivono con zelo amaro.

Ma il nostro fertilizzante è l’incontro con l’altro, la parola, l’umanizzazione del vissuto. Solo così viviamo bene”.

Parole che faccio mie, sillaba per sillaba, lettera per lettera. Contentarsi, una parola rivoluzionaria. Di ciò che ci invia la Provvidenza. E poi, da appassionato di canto gregoriano, magari ascoltare per sentire. Forse c’è tutto davvero anche lì.

Ecco gli scatti di oggi

 

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