Nino Migliori, la fotografia che diventa carne di luce

Nino Migliori, la fotografia che diventa carne di luce

Nino Migliori, l’arte di questo straordinario fotografo imprime il sigillo dell’assoluto ad ogni immagine. Anche nell’interpretazione del quotidiano. Con risultati di struggente intensità

Nino Migliori, fotografo capace di far comprendere lo straordinario potere della fotografia. Scrivere con la luce. La fotografia. Essere lì, in quell’istante in cui l’assoluto divampa e incendia l’anima attraverso lo sguardo.

Nino Migliori, fotografo di inenarrabile intensità, è tra i migliori scrittori della luce. Ogni suo scatto imprime il marchio del “divino” sulla realtà. Sono scatti che prendono alla gola, catapultano nel vortice della nostalgia e dell’attimo che non muore. Nino Migliori interpreta la realtà con il silenzio che prende forma, donando alla fotografia “l’imprimatur” della carne viva.

Lucigrammi e ossidazioni

Ogni sua immagine, scattata quando ancora la fotografia non era l\’avanguardia tecnologica di oggi, dialoga con con occhi in un flusso di coscienza costante. Lavora con due tecniche di ricerca off-camera: i lucigrammi e le ossidazioni.

Sperimenta con la luce elemento fondante dell’immagine, andando oltre le contrapposizioni tra analogico e digitale. Come nel caso della foto in alto, una foto di bambini, con il sigillo del passato.

La foto si muove, avvolge, trasale, mette in moto il battito vitale del ricordo. La Fondazione a lui dedicata è oggi impegnata nella tutela del profilo e dell’identità artistica di questo grande fotografo. Promuovendo percorso formativi, mostre, pubblicazioni a livello nazionale e internazionale che portano in alto la bandiera della sua splendida arte in Italia e nel mondo.

Ho scoperto Nino Migliori, imparando a fare click. Merito di un bravissimo fotografo da cui ho fatto tempo fa un corso di fotografia, Gilberto Maltinti. Gilberto, attraverso l’esperienza del corso presso il suo laboratorio Parioli Fotografia, mi ha fatto conoscere in profondità la fotografia di Nino Migliori e mi ha proiettato in un Olimpo dove gli dei, distanti dal mondo degli uomini, si rincorrono tra colonnati e propilei marmorei e si scattano fotografie per dare un senso alla noia della loro immortalità.

Qualcuno di questi dei deve aver deliziato Nino Migliori di qualche segreto e averglielo rivelato in una notte in cui le angosce della nostra finitudine parlano alle stelle. Ed è nata la sua fotografia immortale. Con Gilberto e i suoi corsi di fotografia, scrivere con la luce diventa un esercizio di stile dove il nulla dies sine linea si trasforma in un imperativo categorico per dare alle cose, dentro e fuori, il tocco del cuore. Quel cuore che palpita quando, guarda caso, si ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che ha il sapore del non transeunte, qualcosa destinato a rimanere per sempre.

Nino Migliori, scolpire la luce nella carne, Il tuffatore

Particolarmente emblematica relativamente a questo immaginario colloquio con gli dei è la foto Il tuffatore. Questa immagine, più di molte altre, racchiude un infinito arcano. L’attimo, la perfezione, la dimensione di silenziosa solitudine, la bellezza di un corpo olimpico, la maestosità delle scena che sacralizza la realtà. Nino Migliori, in questa foto, “scolpisce” la luce nella carne.

Ecco il potere della fotografia: sacralizzare un istante del flusso del divenire. Non la smania di svuotare, desacralizzare. Nonostante ogni desacralizzazione, gli dei rimangono sempre augusti e lontani, sorridono delle umane pretese di avvicinarsi al cielo, bestemmiando.

Lo scatto che raffigura il tuffatore è di una magnifica intensità. Parla, dice tutto. Vieni gettato in questa dimensione di olimpica estasi, rimanendo mortale. Eppure, per un attimo, non lo sei. Ti senti un dio. Dell\’acqua, del corpo, del nuoto, un Tritone della solitudine. Il bambino seduto è quasi icona della meditazione, indifferente alla composizione esemplare della scena che proietta un imprevisto e quotidiano teatro, verso la maestria dell’azzurro e del mare. Il merito è di Nino Migliori.

Il tuffatore in apertura) è una immagine che Nino Migliori scattata nel 1951 al molo di Rimini con una Rolleflex 6×6.

Il risultato, per quanto mi riguarda, coincide con la storia della fotografia, semplicemente la storia che si trasforma in una icona capace di incarnare l\’estetica di una prorompente vitalità. Senza cedimenti. Una vitalità ascetica, atletica, composta. Divina, appunto. Come Frati Volanti, altro click da leggenda.

La realtà diventa Assoluto

Ma non si creda che nella fotografia di Nino Migliori ci sia spazio solo per l’Assoluto, anzi la realtà stessa si trasforma in Assoluto. La struggente immagine del Portatore di pane si sottrae a una dimensione di austero splendore per riconsegnarci all’umanità struggente del Neorealismo di cui Nino Migliori è figlio.

Il tuffatore rappresenta in pieno il momento della ricostruzione e del desiderio di libertà del nostro paese uscito dalla guerra. Ma se nel tuffatore questo desiderio è attimo ludico, nel Portatore di pane diviene fatica. La smorfia del ragazzino, un piccolo San Sebastiano trafitto dalla quotidianità di un’Italia, nonostante tutto, immarcescibile, travalica ogni possibile interpretazione. Siamo lì, soffriamo con lui. Sentiamo la sua piccola schiena, in contrasto col volto di adulto, gocciolare, grondare di un sudore che è dolore. Di essere e di vivere.

Trovo la sperimentazione di Nino Migliori, poi, particolarmente avvolgente, palpitante, di una trasognata e onirica essenza, quella attinente allo scatto intitolato Uomo qualunque. Una figura distinta, elegante, longilinea attraversa uno spazio carico di ombre. La percezione di una metafisica solitudine, direi alla De Chirico, in un passo, figurato, che realizza e taglia la scena. L’Uomo qualunque diventa la metafora di una umanità preda del suo rimuginare sui significati della vita, forse, in una meditazione camminata in cui il respiro si fa sospiro alla ricerca di una risposta.

L’Uomo qualunque, in realtà, diventa altro. Una rappresentazione della solitudine di chi cerca la luce attraverso le ombre, la solitudine dell’artista, consapevole del dono segreto che viene consegnato a lui dagli dei. L’incantesimo a cui questa solitudine lo condanna è non poterlo rivelare. Significa continuare a procedere con passo elegante, cercando di portare luce, ma facendo solo intuire da dove essa proviene. E non poterlo rivelare a nessuno. Nel tumulto dell’esistenza.

Le immagini sono scatti personali effettuati alle immagini di Nino Migliori dal mio PC.

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