Viaggiare con le parole e con l’Atlante delle isole remote

Viaggiare con le parole e con l’Atlante delle isole remote

Con l’Atlante delle isole remote, Judith Schalansky ci porta alla scoperta di cinquanta isole lontane da tutto: da Tristan da Cunha fino all’atollo di Clipperton, dall’Isola di Natale a quella di Pasqua

 

Racconti di viaggio curiosi e bizzarri ma che ci fanno ancora sognare. Con gli occhi di un bambino che viaggia con la mente semplicemente leggendo. Anche un Atlante.

C’è una stanza. E c’è un bambino, Di quelli un po’ solitari a cui piace tanto sognare. E questo bambino, quando vuole fantasticare, pensa di essere un esploratore. Di quelli che non fanno turismo, di quelli che viaggiano.

Ma da solo il bambino non può uscire e andarsene in giro per il mondo. Allora, a questo bambino, viene un’idea. Prende un libro, di quelli che gli piacciono tanto, dal formato grande che sembra ancora più grande rispetto alle sue manine curiose.

E comincia a sfogliare. Comincia a viaggiare tra le pagine profumate di quel libro. Ci sono fotografie di mondi lontani, di animali bellissimi, Ci sono anche cartine geografiche, mappe, dove il mondo appare a colori, e sembra ancora più bello. Il bambino, allora, viaggia, viaggia tanto.

Mentre rimane chiuso nella sua stanza. Viaggia con il suo amico e compagno di avventure, il suo libro. Questo libro si chiama Atlante. L’Atlante geografico.

Il viaggio? Da casa

 

Viaggiare con la mente, questo viaggiare con la mente gli inglesi lo definiscono “armchair travel”, ovvero la lettura di libri di viaggio. Reportage, racconti di viaggio alla Bruce Chatwin, fantasie su mondi inesplorati che fanno venire ancora di più sì la voglia di viaggiare ma anche di sperare. Per avere, a emergenza finita, il desiderio di “toccare con mano” i posti di cui si è letto. Come una volta si faceva con l’atlante geografico De Agostini.

Non è questa forse l’essenza del viaggio? Sono stati tanti i bambini che hanno trascorso ore di felicità con un atlante tra le mani. A  fantasticare con le loro piccole dita su un mappapondo o su una cartina, seguendo il profilo dei contorni del mondo.  Momenti in cui si accarezzavano montagne ocra, oceani color cobalto e deserti patinati.

Sono loro, anzi siamo noi, i “figli di Atlante”, degli opuscoli “Ricerche” e degli album con le figurine degli animali, bambini capaci di viaggiare con nulla perché il mondo non era ancora un concetto globale legato ai conati della finanza e del mercato. O almeno non così tanto. Si viaggiava con la giungla di Salgari, con Ventimila Leghe sotto i mari, con l’isola del tesoro, con Robinson Crosué, si parlava con loro, come Tom hanks con il fedele Wilson su Cast Away.

Il piacere di viaggiare con il volume di Judith Schalansky

 

Anche con Judith Schalansky si riscopre il piacere di viaggiare con la fantasia. Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò (pp. 143, anno 2013, € 17,62 su IBSedito da Bompiani è un libro perfetto per questi giorni.

Grafica e scrittrice, Judith Schalansky nasce negli anni Ottanta nelle Repubblica democratica tedesca quando viaggiare non è affatto né facile, né praticabile. Siamo appena poco prima di Goodbye Lenin. Da bambina l’unica isola conosce è quella del mar Baltico dove si reca in estate con i nonni. Ma non è l’isola che ha in mente. Una vera isola è circondata di acqua. Immersa in uno specchio rilucente.

 

Un rapporto complicato con la geopolitica

 

Da grande la scrittrice si ritrova in un paese che dagli atlanti è scomparso. La caduta del Muro di Berlino ne rappresenta la sintesi. Judith sviluppa un rapporto complicato con la geopolitica. Viene attratta, avvolta, confortata dalle illustrazioni cartografiche. Come quando era bambina. Tanto affascinata che decide di realizzare un atlante tutto suo dedicato alle isole più lontane, quelle in cui il mondo così come è cambiato sembra non poter arrivare.

Ecco il senso di questo libro, un libro che mi ha particolarmente incuriosito. Con l’Atlante delle isole remote Judith Schalansky ci conduce in cinquanta isole lontane da tutto e da tutti: da Tristan da Cunha fino all’atollo di Clipperton, dall’Isola di Natale a quella di Pasqua, e ci racconta storie misteriose e bizzarre. Storie di animali rari e di uomini strani, di schiavi naufraghi e solitari studiosi di scienze naturali, esploratori smarriti e folli guardiani del faro, naufraghi dimenticati e marinai ammutinati. Sono le storie di “Robinson” volontari e involontari che dimostrano che i viaggi più avventurosi si svolgono sempre nell’immaginazione, con il dito sulla carta.

Cinquanta isole che vanno dall’isola del principe Rodolfo, un puntino di ghiaccio a nord della Siberia, all’isola di Pietro I, 156 chilometri quadrati disabitati di rocce basaltiche 1850 chilometri a sud di Capo Horn. Luoghi remoti che l’autrice racconta con particolare grazia, consegnandoci un libro raffinato.  Dove le illustrazioni sottolineano ancora il piacere indiscutibile della carta e dello sfoglio in un’epoca uin dui il digitale aiuta ma non sostituisce.

Un libro creato interamente da sola

 

Bello perché l’ha creato e realizzato interamente da sola: dall’impaginazione ai caratteri tipografici, dal disegno delle mappe alle virgole tra una parole e l’altra. Bello perché simboleggia come si possa davvero scrivere di viaggi senza viaggiare ma semplicemente camminare. Alla scoperta di segreti tra biblioteche e rigattieri. Ma ti aiuta ugualmente a viaggiare con il gusto insostituibile della fantasia. Di posti e nomi su una mappa. Come bambini travestiti da pirati alla ricerca dell’Isola del tesoro.

Il resto è da “esplorare”. Proprio come quando si scorreva una cartina con un dito, da piccoli, chiedendosi: chissà come sarà mai vivere sull’isola del principe Rodolfo. Come quel bambino. A cui il cielo in una stanza appariva con il volto di un policromatico atlante geografico. Il suo veicolo migliore per arrivare fino in capo al mondo. Con i suoi occhi pronti allo stupore e i suoi silenzi ricolmi di domande sul futuro e sulle stelle. Semplicemente guardando un Atlante geografico.

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